Un quarto di secondo.
Click.
Un altro.
Click.
Un altro, click.
E un altro, e un altro, e un altro ancora e così via. Click, click, click. Fino a coprire una distanza che va dal punto A al punto B.
E poi una donna che salta e un cavallo al galoppo.
In una manciata di centesimi di secondo, Edward Muybridge, fotografo di fine ‘800, ha portato alla luce del sole lo scarto esistente tra immaginazione e rappresentazione della realtà. Quel gap che, fino ad allora, era stato colmato con lo sguardo interiore di pittori e scultori.
Gli “è bastato” posizionare diverse macchine fotografiche in serie e sincronizzarne lo scatto in maniera sequenziale per congelare il movimento di Sallie Gardner, il cavallo dell’industriale Leland Stanford, che gli aveva commissionato il lavoro.
Da questa sperimentazione emerse che, nel moto di un cavallo al galoppo, esiste un frangente in cui le zampe dell’animale non toccano terra.

«Le fotografie di Muybridge rivelano chiaramente gli errori in cui sono incorsi tutti gli scultori e i pittori quando hanno voluto rappresentare le diverse andature del cavallo» scriveva nel 1938 Paul Valery.

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